Bisogna ammetterlo: vista dall’Europa, la World Baseball Classic 2026 rimane un evento sportivo un po’ lontano, quasi esotico. Tranne che in Italia, dove si inizia seriamente a prestare attenzione.
Perché questa edizione 2026 ha raccontato una storia inaspettata: quella di un Venezuela conquistatore, quasi politico nel suo significato. Battendo il Giappone, campione in carica, e poi gli Stati Uniti in finale, i venezuelani hanno ottenuto ben più di una vittoria sportiva.
In un paese in crisi cronica, il trionfo agisce come una vetrina nazionale, una dimostrazione di resilienza. Il baseball diventa qui uno strumento di unità, se non di proiezione internazionale.
In campo, questa vittoria si è costruita nel fragore: rimonta contro il Giappone, potenza offensiva, bullpen eroica. Ma oltre al gioco, è un’affermazione identitaria che ha segnato questa competizione.

Gli americani falliscono per la seconda volta in finale, nel 2023 contro il Giappone e nel 2026 contro un piccolo paese che hanno sempre guardato dall’alto in basso e che la politica ha recentemente « infantilizzato ». Ovviamente, i giocatori venezuelani sono acculturati, giocando per la quasi totalità nelle diverse franchigie MLB, ma la fervore patriottico si sentiva in ogni gesto « vendicativo » dei giocatori della « Vinotinto ».
E nel frattempo, l’Europa scopriva… l’Italia.
Quarta del torneo, la selezione italiana ha incarnato la sorpresa maggiore. Vittoria contro gli Stati Uniti nella fase a gironi, qualificazione in semifinale, status di « Cenerentola » assunto: un’anomalia gioiosa.
In un continente poco interessato al baseball, solo la penisola ha vibrato. E ancora: timidamente, ma con una fierezza reale.

Ancora più inaspettato, il torneo ha offerto una scena quasi romantica: quella dei giocatori cechi in Giappone. Squadra amatoriale in un mondo di stelle MLB, la Repubblica Ceca ha conquistato il pubblico nipponico con la sua umiltà e il suo panache.
Il lanciatore ceco, Ondřej Satoria, già noto per aver eliminato Ohtani nel 2023, è diventato una figura adottata dalle tribune giapponesi. La sua ultima apparizione in competizione prima di lasciare i campi è stata notata con quattro inning lanciati in modo ammirevole. Questo giocatore amatoriale, ingegnere elettrico, ha fatto alzare in piedi tutto uno stadio nipponico. In un paese dove il baseball è una religione, questa storia ha toccato qualcosa di più profondo della performance.
Perché è proprio qui che risiede la singolarità di questa competizione.

La passione.
Per Derek Jeter, non ha nulla a che vedere con le World Series, considerate il vertice del baseball americano. Ma Aaron Judge respinge questa gerarchia, lodando la Classic come la competizione più emblematica che abbia mai disputato. Qui, gli inni sostituiscono le statistiche, le bandiere soppiantano le franchigie.
Ogni partita assomiglia a una mini Coppa del Mondo. Ogni azione scatena un’emozione collettiva.
Il pubblico latinoamericano in particolare trasforma gli stadi in calderoni. Il Giappone impone una precisione e una passione quasi liturgiche.
E persino gli outsider, come l’Italia o la Repubblica Ceca, trovano il loro posto in questo teatro globalizzato.
Vista dall’Europa, rimane comunque uno spettacolo periferico. Poca diffusione, poca cultura del baseball, poca identificazione.
Ma forse è proprio qui il paradosso.
Mentre l’Europa guarda altrove, il resto del mondo sta reinventando questo sport. E in questa narrazione globale, l’Italia – e timidamente il resto del continente – inizia finalmente a esistere.




